Parco Nazionale del Cilento

Le Notti dell'Aspide

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Parco Nazionale del Cilento

Monti Alburni

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La Comunità Montana Alburni si estende per una superficie di 50.333 ettari e comprende 12 comuni: Aquara, Bellosguardo, Castelcivita, Controne, Corleto Monforte, Ottati, Petina, Postiglione, Roscigno, Sant’An¬gelo a Fasanella, Serre e Sicignano degli Alburni.

“Alburni” è il nome del massiccio carsico alle cui pendici sono arroc¬cati questi caratteristici paesi ricchi di storia e di bellezze naturali. ” Alburni ” deriva da Albus che significa bianco, candido. Nome legato al candore delle rocce di natura calcarea che i viandanti nel recarsi dal¬la Piana di Pesto, attraverso la “Valle del Tuorno” (attualmente “Passo della Sentinella”- Corleto Monforte) o le “Nares Lucanae”, al Vallo di Dia¬no o ai siti sibariti, notavano immediatamente già migliaia di anni addietro.

Negli Alburni, ricchi di immense faggete, di conche verdeggianti dove pascolano allo stato brado mandrie di bovini e di cavalli, di abissi e grotte di straordinaria bellezza, esistono ancora tradizioni secolari lega¬te ai cicli naturali che rendono particolari le produzioni locali. Gli Albur¬ni, inseriti nel Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano, posseggo¬no caratteristiche climatiche ed ambientali tali da rendere altamente qua¬lificato e genuino tutto quanto viene prodotto e lavorato sulle terre: il vino, l’olio, il pecorino, la mozzarella, il caciocavallo, il miele, le casta¬gne, i fagioli, le fragoline di bosco ecc.

Grotte di Castelcivita

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Alle porte del Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano, in provincia di Salerno, le Grotte di Castelcivita costituiscono, con i loro 1700 metri di percorso turistico su un totale di circa 5000, uno dei complessi speleologici più estesi dell’Italia meridionale.

Il sistema di cavità sotterranee, anche noto come “Grotte del Diavolo”, “Grotte di Spartaco” o “Grotte Principe di Piemonte”, si apre a circa 94 metri di altitudine, tra le rive del fiume Calore ed il versante sud-occidentale dei Monti Alburni, mostrando da subito un suggestivo scenario di gallerie, ampi spazi e strettoie, scavate dall’azione millenaria dell’erosione carsica. Le Grotte di Castelcivita si sviluppano lungo un unico ramo principale da cui, in più punti, si disserrano brevi diramazioni secondarie. Il sistema ipogeo si presenta suddiviso in due diversi settori, separati da un dislivello positivo di circa 5 metri denominato “Salto”. La risalita dei gradoni del “Salto ” consente di passare da un percorso propriamente turistico, ad un percorso fuori sentiero che, attraverso spettacolari ambienti concrezionati, adorni di imponenti ed eccentriche formazioni calcaree, conduce fino ad un ampio bacino idrico definito “Lago Terminale”.

Dopo numerose esplorazioni speleologiche, documentate già a partire dalla fine dell’Ottocento, nel 1972,le grotte di Castelcivita acquistano una notevole rilevanza paleontologica, grazie alla localizzazione di interessanti depositi archeologici, proprio all’ingresso della cavità. Dall’analisi dei reperti recuperati (strumenti in pietra e resti fossili) si è potuta accertare una frequentazione umana del sito risalente a circa quarantamila anni fa.

Il fascino delle testimonianze relative alle abitudini di vita dell’uomo preistorico e la suggestione di straordinari fenomeni naturalistici e geomorfologici, realizzano, all’interno delle grotte di Castelcivita, l’incanto di un surreale paesaggio sotterraneo ancora attivo, in cui l’incessante stillare delle volte, continuando a formare stalattiti e stalagmiti, accompagna il cammino di numerosi visitatori durante tutto l’anno.

http://www.grottedicastelcivita.com

Gole del Calore

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Il fiume Calore salernitano scorre nel cuore del Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano. Nasce dal Monte Cervati, il massiccio più imponente della Campania (alt. 1898 Mt. s.l.m.), e si unisce al fiume Sele a circa 8 km dal Mare di Paestum.

Lungo ben 62 km, il Calore attraversa, nella parte alta, cinque gole di eccezionale bellezza paesaggistica e di notevole interesse naturalistico. La seconda gola, situata nel comune di Felitto, oltre che dall’alto con sentieri di trekking, è visitabile anche dall’interno con percorsi fluviali. Nel periodo estivo, grazie alla presenza di uno sbarramento artificiale che rallenta il flusso delle acque, è possibile organizzare escursioni in canoa o in pedalò che offrono una singolare prospettiva della natura più selvaggia e incontaminata. La lontra, assoluta regina delle acque limpide, la trota fario, il merlo acquaiolo, il martin pescatore, la bellissima salamandra dagli occhiali sono solo alcuni dei tanti animali che abitano le gole. Ricca di proprietà officinali e di curiosità interessanti è altresì la sterminata flora che sovrasta il fiume. Non da scartare è l’ipotesi che il nome “Felitto” derivi proprio dall’abbondanza di felci presenti nel sottobosco.

Le Gole del Calore hanno ormai vasta risonanza, ed anche a livello europeo. Il verde impenetrabile del bosco, la millenaria foggiatura della bianchissima roccia calcarea e le numerose specie faunistiche hanno attirato l’attenzione di molti studiosi, turisti e ricercatori. Lasciarsi suggestionare dalla magia del paesaggio, abbandonarsi alla forza rigeneratrice della natura è qualcosa di più che passare una giornata diversa.

http://www.goledelcalore.it

Paestum

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Fondata dai greci intorno al 600 a.E.V., si chiamava inizialmente Poseidonia, da Poseidone, o Nettuno, dio del mare, al quale la città era stata dedicata. Tra il 400 e il 273 avanti fu occupata dalla popolazione italica dei lucani. Nel 273 divenne colonia romana col nome di Paestum. Ma è indubbio che la fondazione della città fosse preceduta dall’impianto di una fattoria commerciale sulla sponda sinistra e presso la foce del fiume Silaros e che le condizioni malariche del terreno indussero poi i primitivi coloni a spostare il centro abitato verso oriente, su un banco calcareo leggermente rialzato sulla pianura e sul litorale, lungo il corso di un’altro fiume minore (fiume Salso o Capofiume).

Dall’impianto primitivo sul Silaros sviluppò il porto marittimo e fluviale della città e presso di esso sorse il Tempio di Era Argiva, che diventò presto uno dei più grandi e venerati santuari dell’Italia antica: circa 50 stadi separavano la città dallo Heraion e dal suo emporio sul fiume.

La fine dell’Impero Romano coincise grosso modo con la fine della città. Verso il 500 E.V., infatti, in seguito ad un’epidemia di malaria, aggravata dall’insalubrità del territorio, gli abitanti gradualmente abbandonarono la città. La riscoperta di Paestum risale al 1762, quando fu costruita la strada moderna che l’attraversa tuttora.

http://www.paestumsites.it

L’Oasi WWF di Serre-Persano

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Nata nel 1981 a seguito di un accordo tra WWF e Consorzio di Bonifica, è costituita da un bacino artificiale lungo il fiume Sele ed ha una estensione di circa 300 ettari. L’ambiente palustre del lago artificiale di Persano è caratterizzato dal canneto che ospita una grandissima varietà di specie animali e vegetali. Il canneto pullula di variopinti uccelli che in primavera trovano riparo per nidificare; sono il cannareccione, il tarubusino, la folaga, Io svasso maggiore, il germano reale, la marzaiola, l’airone cenerino e rosso, il martin pescatore. In questo tratto di fiume vivono ancora dei rari esemplari di lontra, musteide in via di estinzione, la cui immagine è diventata il simbolo dell’Oasi di Persano. E’ raggiungibile mediante la S.S. 19, direzione Eboli.

L’Osservatorio Astronomico “Aresta” di Petina

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In uno degli altipiani più incante¬voli degli Alburni, in località Aresta a 1200 m di altezza nel comune di Petina sorge il più grande osservatorio astronomico non professionale d’Italia. Questo neo osservatorio è nato grazie alla volontà del comune di Petina che ha trovato un valido appoggio economico nel Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano.L’osservatorio astronomico “Aresta” di Petina ospita, sotto una cupola di 5 m. di diametro, un riflettore con specchio in vetro ceramico Astrositali di ben 850 mm di diametro. La configu¬razione ottica Ritchey-Cretien è associata a un tubo in fibra di carbonio, che permette massima leggerezza accoppiata alla mas¬sima rigidità: la montatura equa¬toriale ha puntamenti completa¬mente compiuterizzati sincronizzati con la rotazione della cupo¬la.

Nel futuro sarà sviluppata la pos¬sibilità di avere un accesso remo¬to per massimizzare i tempi osservativi. Un rifrattore acro¬matico di 180 mm, completa la dotazione ottica; il cuore dello strumento è però una camera CCD Europixel Sistem Hi-SIS39 dotata di un chip KAF-1001E da 1024×1024 pixel con dimensioni di ben 24.5 mm di lato. Questa camera che ha un’altissima efficienza quantica, permetterà di raggiungere la magnitudo 20 con integrazioni di 30s.

Tutto il telescopio pesa 1800 kg e poggia su un grande pilastro in cemento armato completamente separato dalla costruzione, che negli anni precedenti era adibito a ricovero per gli allevatori. A questa costruzione di circa 130 mq, completamente ristrutturata, è affiancato il nuovo edificio che ospita il telescopio, tutto ben integrato nella natura che lo cir¬conda.

L’ Osservatorio “Aresta”, dista solo 15 minuti di automobile da Petina, si trova sotto un cielo molto buio e con un seeing sem¬pre molto buono. Chiunque volesse visitarlo e per ogni informazione può rivolgersi al comune di Petina – tel. 0828 976003.

Guerriero di Costa Palomba

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Emana un fascino indescrivibile questa scultura rupestre del IV secolo a.C., nel cuore degli Alburni, in località Costa Palomba, raffigurante un antico guerriero detto “Antece” che significa antico o immobile. Scelto come simbolo degli Alburni, è stato inserito nello stemma dell’Ente Comunitario.

Roscigno Vecchia

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Definita la “Pompei del XX secolo”, costituisce un eccezionale documento di storia di un passato non molto lontano, ma tanto diverso. Fu abbandonata in seguito alla legge speciale sui paesi franosi, tra il 1902-1908. Ciò che colpisce immediatamen¬te della Roscigno Vecchia è l’im¬magine di un paese che si è con¬servato iinmodificato pur se ab¬bandonato da circa un secolo. Si possono osservare infatti stra¬de, piazze, viuzze in ciottoli di pietra calcarea ed elementi archi¬tettonici dell’agglomerato urba¬no rimasti intatti dall’epoca del grande esodo come se il tempo si fosse fermato e non avesse deter-minato alcuna degradazione. Tuttavia gli abitanti, soprattutto gli anziani, hanno continuato ad utilizzare le loro prime abitazioni per uso agricolo per disporre gli attrezzi del mestiere e conserva¬re i prodotti agricoli. Nel centro storico vi è la grande piazza Giovanni Nicotera, con la chiesa di S. Nicola di Bari, cir¬condata da alberi secolari prota¬gonisti di questo incantevole paesaggio urbano.

Ancora sui portali di legno delle botteghe, si possono notare le antiche insegne dell’800. Basta essere presenti in questo centro per trovarsi immersi come per incanto nei primi anni del 900 quando ancora non vi era l’asfalto, l’elettricità e le condot¬te di acqua.

Un patrimonio così organico in¬vita alla quiete ed al rispetto di un paesaggio straordinario lonta¬no dai clamori di quest’epoca caotica.

È da visitare con grande interes¬se il museo carico di capolavori d’altissima manifattura; stipiti, recipienti, brocche, utensili, ca¬salinghi ed attrezzi artigianali di varia natura. Tutto ciò è testimo-nianza della civiltà contadina fat¬ta di tecnologia e creatività arti¬gianale.

La Grotta di S. Michele Arcangelo in S. Angelo a Fasanella

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Meravigliosa espressione della natura e meta di somma vene¬razione, la grotta di S. Michele Arcangelo sorge a circa 500 metri dal centro abitato di Sant’Angelo a Fasanella.

Si narra che tale grotta fu prodigiosamente scoperta da Manfredi, Principe dell’antica città di Fasanella. Questi, giunto in quel luogo in una giornata dedicata alla cac¬cia, sciolse il suo falcone che immediatamente entrò nel fo¬ro di un colle sparendo del tutto dalla vista del Principe. Spinto dalla curiosità egli si avvicinò a quel luogo e udì soavissimi e dolcissimi canti da cui restò affascinato. Come svegliandosi da un sogno, il principe il giorno seguente de¬cise di ritornare in quel luogo portando con sé il clero ed il popolo e, allargato il foro, apparve una meravigliosa spe¬lonca il cui altare era consa¬cralo alla gloria dell’Arcange¬lo S. Michele.

Da allora la sacra grotta fu tenuta in somma venerazione dal popolo. Sullo spiazzo antistante vi è una croce di ferro battuto inse¬rita in un blocco di pietra su cui è scolpito lo stemma dei Caracciolo. Il portale è architravato in pietra ed è sorretto da due leoni stilifori su cui pog¬giano gli stipiti. Nella grotta, molto spaziosa, si distinguono due sale di cui la più interna è la maggiore (lunga 75 metri circa).

La volta presenta diversi fusi in senso trasversale, il più lun¬go è sull’entrata, II pavimento è in mattoni rettangolari in cui sono incastrate piccole formelle in maiolica recanti vari motivi. Tre di queste formelle si trovano anche sulla fronte di un pozzo a de¬stra dell’entrata e sono datate 1617: ciò è importante perché probabilmente indicano un primo restauro. Sul muro di fronte all’ingresso vi sono i re¬sti di un vecchio organo e la tomba di Francesco Carac¬ciolo sormontata da un busto di manifattura artigianale. In alto sulla destra vi è un bal¬dacchino gotico posto a 5 me¬tri dal suolo, caratterizzato da una cornice con archetti ogi¬vali e da due figure all’estre¬mità, raffiguranti l’una l’An¬gelo e l’altra l’Annunciazione.

La cavità più profonda è stata adibita a Cappella dedicata al¬la Madonna dell’Immacolata e sull’altare vi è un gran quadro raffigurante la Vergine la cui cornice è in stile rococò. Al lato dell’altare vi è, su un piedistallo di roccia naturale, una statua della Vergine che tiene con la mano sinistra il bambino in piedi. Proseguen¬do sullo stesso lato, vi è un’al¬tra statua della Vergine seduta con Bambino, posta in una edicola semicircolare presen¬tante caratteristiche rinasci-mentali e modeste dimensioni.

Segue, in una cavità meno profonda, un’altra cappella il cui altare è ligneo e sulla cui fronte è dipinto il Cristo mor¬to. In fondo alla grande sala vi è l’ultimo altare, quello di S. Michele Arcangelo la cui statua marmorea è un’opera barocca.